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Luce : le persone semplici, il coraggio delle scelte, i pensieri complessi, la notte...

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La vita, l'Amore, la notte...

martedì, 29 gennaio 2008,ore 22:51


bersani

Capita a volte, quando sei un ragazzo, di accettare ogni lavoro pur di tirar su due soldi.

A quell'età tutto va bene: comparsa in un film, montaggio di un palco, controllo delle porte ad un concerto...

Non so se quel che sto per raccontare faccia parte di un solo evento o sia un mix di più avvenimenti. Forse Lucio, il mio amico Lucio, non quello di cui sto per narrare, ricorda meglio di me e potrà confermare o smentire, in fondo è passato un mucchio di tempo...

Quella volta il concerto era proprio grosso. Lucio Dalla aveva scelto Rimini, tra le tante date possibili. Dopotutto lui è emiliano, passare di qua era pure conveniente. D'estate, poi, con tutti i turisti che c'erano...

"Driiiiiinnn", il telefono di casa suona. "Ciao, sono Lollo. Mi han cercato per montare il palco al concerto di Dalla e fare la sicurezza la sera. Ci stai? 180.000 lire..." "Sì, ci sto."

Era un pomeriggio caldo, in maglietta io e i miei amici eravam là a supportare i montatori esperti: trasportavamo pezzi, fiduciosi nei nostri fisici giovani e atletici, portandoli ai responsabili perchè li mettessero insieme.

"Voi siete i ragazzi dell'agenzia? Bene, la prima cosa che dovete tirare giù dai camion è questa..."
"Er Gufo", come si faceva chiamare, ci fece tirar giù il pezzo più importante: la sua mountain bike, il modo più veloce per portare i dispacci da un lato all'altro dello stadio.

Lo stadio di Rimini era irreale, quel pomeriggio. Vuoto, con le voci di decine di operai che si accavallavano le une alle altre. "Ehi, portatemi quello... portatemi questo... più veloci, il concerto è stasera..."

Alle 18 stacchiamo proprio su un "Ehi, voi, andate a prendere..."

Quella sera l'organizzazione decise di metterci nel backstage. C'erano ospiti illustri: Morandi, ad esempio...

Io alle otto ero vicino alla mensa, proprio dietro al palco. Uno di una radio locale, Radio Gamma, mi chiama. Vuole un'intervista con Morandi. "Morandi sta mangiando..." rispondo educatamente. "Non puoi fare nulla?"

Lo guardo, sorrido. Sorrido all'idea che sto per andare da Morandi, bussargli sulla spalla e dirgli: "Scusi, c'è uno di una radio che vorrebbe intervistarla..."

Lo faccio. Lui mi risponde pacatamente che sta mangiando. "Dopo, semmai..."

Giusto, penso. In fondo, a quest'uomo, gli stresseranno l'anima ogni minuto.

Torno dal Dj e spiego. Lui capisce, mi sorride e se ne va.

In realtà io lo conoscevo, quello della radio. Pochi minuti prima era passato proprio davanti a me insieme ad un ragazzetto. Non mi avevano calcolato. Stavano andando verso un'area riservata. Ricordo che con piglio deciso li bloccai: "Scusate, qui non potete entrare..."

Il ragazzetto mi risponde: "Sono Rosario Di Bella". Lo guardo, con un punto interrogativo sulla faccia: "ma qui non si può entrare...". "Ma sono Di Bella...". Il mio punto interrogativo si amplifica sulla fronte: "E quindi?", mi verrebbe da chiedere... "Canto qui, stasera...". Divento rosso per l'imbarazzo. Mica è colpa mia se non ascolto le tue canzoni, scusa... Dillo subito, no?

Il concerto inizia. Dalla entusiasma i suoi fans, lo posso sentire da dietro il palco. Uno dell'organizzazione passa da noi, a tutte le porte. Ci passa un ordine perentorio: "C'è un tizio... è grosso, con una maglietta a strisce bianche e blu orizzontali. Non deve assolutamente arrivare da Dalla..."

Affiniamo l'attenzione: nessun uomo grosso con una maglia come l'ape maia, ma blu e bianca, deve entrare dal retro.

Dopo un po' faccio un giro di relax. Mi sposto sul davanti del palco, giusto per vedere che aria tira. All'altra porta c'è Fabione. Studia giurisprudenza e lavora come portiere di notte. Diventerà un ottimo avvocato, lo so...

Mi guarda, sorride. "Ehi, hai visto chi c'è sotto il palco? Quello là, dai..."
"E' lui? Davvero? Ma dai..." "Giuro, avvicinati..."

Mi avvicino, guardo. Ora, io non voglio rivelare di quale famoso personaggio televisivo si trattasse, non sarebbe corretto. Posso solo dire che è noto per una telecronaca di una gara di canottaggio avvenuta molti anni fa in cui gli italiani vinsero l'oro. Lo vedo, proprio davanti al palco. E' lui, e... indossa una maglia bianca e blu a larghe strisce orizzontali.

Abbiamo fallito, caspita...

La sera prosegue senza tanti colpi di scena. Siamo lì, io ed un amico, a controllare la porta del backstage. Nessuno deve passare. Da dietro il palco, l'area riservata, si avvicina un ragazzino. E' giovane, vestito con l'umiltà degli sconosciuti. Si siede vicino a noi, stanco di aspettare che la strizza gli passi. Inizia a parlare, forse per togliersi l'ansia di dosso.

Ci racconta che per lui, quella, è la prima volta che sale su un palco davanti a tanta gente....

"Avevo scritto dei pezzi miei. Un giorno li ho mandati a diversi artisti, tra cui Dalla. A lui son piaciuti, e visto che son di qua, di Cattolica, mi ha chiamato per cantare un pezzo al suo concerto riminese."

Flemmatico, racconta cosa lo ha portato al debutto con uno importante come Dalla.

Ci lascia, con tranquillità. Deve andare a cantare, dice. Prima di muoversi, ci stringe la mano...

"Ciao, buon lavoro. Ah, io mi chiamo Samuele..."

"Ciao Samuele, in bocca al lupo..."

Dopo qualche minuto, si sente la voce di Dalla che lo invita sul palco. Distrattamente, mentre le urla risuonano nello stadio, ascolto, attento a che nessuno si intrufoli nel backstage.

Una voce lontana lo chiama per nome. Ascolto, contento che uno di delle mie parti abbia quell'opportunità...

"E adesso ho il piacere di invitare sul palco un giovane promettente... Samuele Bersani..."

Speriamo che questa serata gli porti fortuna, penso. Poi torno distrattamente a controllare che nessuno si intrufoli nel backstage...

buio07
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categoria : rimini, io , le cose che non sai di me


giovedì, 17 gennaio 2008,ore 17:29


scrivere

E' da un po' che non racconto nulla della mia città, di quel che faccio, di chi sono.

Non che importi a qualcuno, certamente, ma la descrittività nello scrivere è sempre stata una mia debolezza e dovrei un po' esercitarla. Sarà che per interpretare al meglio il ritmo di una narrazione, e renderlo veloce, veloce, sempre più veloce, preferisco i tratti salienti della storia, non il soffermarsi su odori, colori, spazi.

L'azione, quella conta.

Stavo ripensando ad un libro scritto più di due anni fa, cercando di cogliere errori per migliorare quello che invece sto abbozzando goffamente oggi.

Intanto una differenza: la storia di due anni fa era dentro di me, scritta nelle ossa. Questo mi permetteva di portarmela dietro ovunque, di chiacchierare con qualcuno davanti ad una birra in un pub e all'improvviso scappare via a causa di una colica mentale, un'idea che spingeva fortissimo per uscire e finire su carta.

Cos'è un thriller? Perchè non trovo un thriller che mi precipiti veloce nella storia e mi trasporti come fossi sulle montagne russe, con ascese e cadute repentine che mi agitino lo stomaco, che dopo ogni curva ti faccia immaginare un rettilineo, mentre nasconde un'inversione a U che ti lasci a bocca aperta? Che mi faccia montare di rabbia man mano che procede, dove il protagonista è il buono, ma pure il cattivo, a volte?

L'azione... E l'eroe buono. Provo a prendere uno spunto da quel che conosco, la mia città:

la piazzetta, 17 locali in appena 100 metri di strada, piena di gente che l'attraversa ad ogni ora. Un vicolo stretto collega due piccole piazze. Non è stata sempre così. Molti anni fa era un luogo meno bello, dove sorgevano negozi che sbarravano le serrande al calar delle tenebre. Un luogo di tossici e spacciatori, dove era sconsigliato passare di sera.

Scegliamo il luogo: quel vicolo stretto stretto. Scegliamo quando: molti anni fa. O fra molti anni, quando i 17 locali spariranno per trovare nuova collocazione e quel posto tornerà ostaggio di tossici e spacciatori. Meglio, molto meglio. Lascia lo spazio per immaginare una città futura, diversa, che puoi solo tratteggiare.

Scegliamo i protagonisti. Tra i tanti volti che ogni giorno si incontrano, qualcuno a caso.

Una ragazza, è giovane. Per tornare a casa dal supermercato deve attraversare quel luogo. Lei è nuova in città, non sa che è pericoloso, frequentato da disperati sempre in cerca di denaro per una dose. Giovane, ingenua, bella, con i capelli lunghi e neri raccolti in una coda. Si porta due borse piene, una per mano, il che la rende anche vulnerabile, indifesa.

Un tossico. Alto, robusto. E' nascosto nell'ombra, in attesa di una preda da derubare.

L'azione...

In una situazione come questa non sarebbe difficile divagare sui profumi forti delle cucine etniche di immaginari ristoranti vicini. Non sarebbe difficile neppure divagare sulle ombre che si stagliano sui muri che a volte sembrano lunghe mani artigliate pronte a ghermire la fanciulla indifesa. Neppure dell'abbigliamento, dell'anello che porta al dito, dei suoi occhi scuri da cerbiatta. O dell'uomo che la osserva nascosto nel buio, dei suoi abiti sudici, del suo odore acre di sudore.

Ma qui l'azione si fermerebbe, rallenterebbe, smetterebbe di essere azione per diventare narrazione pura. Non mi va che accada. Un thriller non può rallentare così, soffermarsi su descrizioni inutili per l'azione che sta per avvenire.

Via, dunque, le descrizioni. Lasciamo di esse solo l'indispensabile. Il fisico minuto della ragazza contrapposto alla robustezza del bruto; il buio ed il silenzio di un luogo vuoto, privo di altre vite. Solo loro due, in un duello per la sopravvivenza.

...

Le sei di una sera d'inverno. Roberta era nuova in quella città, si era trasferita da pochi giorni. Non sapeva che quel budello di strada che stava percorrendo era off limits per tutti coloro che ne conoscevano l'esistenza. Un rifugio sicuro di esseri disperati, pronti a tutto pur di non arrendersi alla vita.
Quando imboccò il vicolo, subito un brivido le attraversò la schiena. Un lieve rumore di passi, sempre più rapido, le giungeva da dietro. Non fece in tempo neppure a voltarsi. Il freddo del metallo poggiato sulla pelle bianca del suo collo slanciato le diceva, senza possibilità di errore, di stare immobile.
Una voce roca, dall'accento lontano, le intimava di non gridare, mentre una mano si infilava in ogni tasca della sua giacca di pelle e dei suoi pantaloni alla ricerca di una ricchezza effimera che avrebbe regalato all'aggressore uno... forse due giorni in più di vita.
La ragazza lasciò cadere le borse a terra...

...

Fino a qui, l'azione è una sola, quella che ogni lettore si aspetterebbe. La ragazza indifesa, il robusto aggressore. L'azione successiva sarebbe scontata: si allontana, scappa, la ragazza è impaurita e ci mette un po' a riprendersi. Nella borsa, magari, il ladro troverà una chiavetta USB in cui vi sono files criptati di importanza vitale. Troppo facile. In un thriller, in questo momento, sarebbe bello interrompere la scena, ma io la manderei avanti veloce prima di tornare indietro per spiegare.

...

L'uomo allentò la presa sulla gola di Roberta e fece per allontanarsi nell'ombra, certo che il buio avrebbe coperto la sua fuga. Fu quell'attimo in cui il freddo della lama del coltello a serramanico si separò dalla giovane pelle della ragazza che gli fu fatale. Neppure il tempo di allontanarsi di un passo e già giaceva in terra, col viso che raschiava i sampietrini che lastricavano la strada ed un ginocchio che lo immobilizzava al suolo. Il cupo scricchiolio del cane di una pistola che si arma gli suggerì di non muoversi, di non fiatare...

...

Ecco qua. Che è successo? Come in un film, è stato tutto così veloce da non essersi resi conto di quel che è accaduto. Un attimo prima c'è lei impaurita, vulnerabile; un attimo dopo, lui giace in terra e lei gli punta una pistola alla testa. Eccola, l'inversione a U che amo tanto...
Ora è bene spiegare cosa è accaduto, in quell'attimo in cui i fotogrammi sono andati troppo veloci.

...

Non si era reso conto che mentre setacciava ogni angolo nascosto degli abiti della vittima, lei lo studiava. Studiava i suoi movimenti, quanto fosse alto, robusto, veloce. Studiava il momento opportuno per reagire. Era stata addestrata per questo, per la rapidità di azione in momenti di elevata criticità, e da buon soldato aveva eseguito i suoi compiti con dedizione. Quando lui perse il contatto con la gola, ne approfittò per prendere velocemente con il pollice e l'indice il palmo della mano che teneva il coltello, imponendo una leva al polso in grado di piegare anche il più forte degli uomini. Una mossa basilare di molte discipline marziali orientali.
Ma quello che colpì non fu tanto la mossa, quanto la rapidità di esecuzione...

...

Spiegato il mistero, rimangono molte domande: è lei l'eroe della storia? Perchè "soldato"? Da dove viene? Che lavoro fa? Perchè porta una pistola? Perchè è così veloce ed allenata?
La parte divertente della narrazione viene ora. Se abbiamo inserito una curva ad U, sterzando improvvisamente e rompendo la linea retta su cui viaggiava questo tratto di storia, diventa interessante inserire un ulteriore elemento, che porta con se altre domande che non cancellano le precedenti...

...

Roberta si guardò intorno. Nessuno. Tornò a concentrarsi sul suo prigioniero. Chi era, chi lo aveva mandato? Era davvero soltanto un ladruncolo disperato?
"non dovranno esserci prigionieri, siete autorizzati ad usare la forza. I danni collaterali saranno archiviati... ne va della sicurezza dell'intera organizzazione..."
Le risuonavano in testa le parole pronunciate dal coordinatore dell'operazione all'ultimo briefing: "non dovranno esserci prigionieri..."
Due tonfi sordi.
Due tonfi sordi, due proiettili calibro 9 sparati a distanza ravvicinata attraverso un silenziatore, e l'uomo allentò ogni resistenza. Il sangue iniziò a sgorgare da quei due fori sulla schiena. Era morto, non poteva più nuocerle. "Liquideranno tutto come un regolamento di conti" pensò. Raccolse le borse e si incamminò nell'oscurità a passo veloce...

...

Buona o cattiva? Quale organizzazione? E' davvero questa, l'eroina? Capace di uccidere a sangue freddo un altro uomo?

Di certo, il testo andrebbe rivisto. Corretto, colorato con qualche aggettivo, qualche parola in più, qualche pensiero in più. Andrebbe rivisto, ma potrebbe essere un discreto passaggio cruciale nella storia narrata.

No, non racconterò questa storia. In questo momento sono a New York, a non spiegare che ci fa un ricercatore privo di memoria rinchiuso in una stanza buia, legato e sanguinante, intento a ricordare gli ultimi avvenimenti della sua vita per capire il motivo della sua prigionia.

Questo è solo un esercizio per togliermi la ruggine di mesi a scrivere post con un inizio ed una fine.

Una storia non ha un inizio ed una fine, ne ha molti, come ha molti personaggi, come ha una timeline da rispettare.

Questa storia inizia e finisce in quel vicolo.
Non sapremo mai chi è Roberta, come non sapremo mai chi era l'uomo che l'ha aggredita. Quello che posso dire è che in fondo a quel vicolo, sotto la vecchia pescheria che si affaccia su Piazza Cavour, un altro uomo la stava aspettando. A differenza del primo, che era davvero solo un tossico disperato, questo era un esperto. Quando lei apparì, a passo veloce, egli non attese un secondo, non sprecò una parola, non fece nulla di hollywodiano. Semplicemente le sparò due colpi in pieno petto, si avvicinò e raccolse la sua borsetta, dentro la quale c'era una chiave USB contenente dei files criptati di importanza vitale, poi se ne andò coperto dall'ombra. Roberta, quando lui sparì, respirava ancora...

buio07
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categoria : scrivere, esercizi di stile, io , le cose che non sai di me


martedì, 18 dicembre 2007,ore 19:21


 

 

<<E' l'ultima volta che salgo su un palco. Il teatro fatto così, per qualche amico che a fine spettacolo ti applaude anche se non dovrebbe, non ha senso. Gli amici, quelli veri, ti applaudono già fuori dal palco. Per quello che sei, non per quello che fingi di essere...>>

Così avevo motivato il mio addio al teatro, nel 2006. Era il '91 quando mi iscrissi per la prima volta a un corso di recitazione. Volevo fare "cinema", illuso da luci colorate che poi tanto colorate non sono. E dopo tre anni di corsi, una presenza in radio alla Rai, come voce di uno sceneggiato audio, e decine di presenze in film come comparsa, mi ritrovai un giorno del '94 a calcare un palco teatrale. Ed è qui che inizia questa storia, la storia d'amore tra Buio e Sipario...

~ ~ ~maschere

<<Ciao, tu sei quello che ha mandato Natasha? Bene. Allora, questo è il copione di Enrico IV, tu sei Landolfo. Sali, che ti spiego e iniziamo...>>

La folta barba bianca di Enrico, solo omonimo del protagonista pirandelliano, incorniciava un sorriso sincero. Lui, e solo lui, fu il primo impatto con il mondo del teatro. Un impatto caldo ed appassionato, un imprinting che mi avrebbe segnato nel tempo, impedendomi di mollare un'arte spesso povera e sottovalutata, che attira spettatori solo se "c'è uno famoso". Poco importa se è bravo, preparato, capace. L'icona vince sulla narrazione, l'apparire sull'essere. Un po' come nella vita, in fondo...

Quell'anno scoprii che dopo tutto, a me, di diventare una stella del cinema, importava poco. Avevo molto da imparare, e non solo di recitazione vera, di dizione, di immedesimazione.

Il teatro non consente sbagli. In un film, se sbagli, rifai la scena, ma in teatro, se sbagli devi avere calma e pelo sullo stomaco per non farti prendere dal panico, che è la via più semplice per giustificare l'errore e quelli successivi. Li, se sbagli, devi contare fino a dieci e mettere a posto le cose. Devi fidarti dei tuoi compagni, i migliori amici che tu possa avere in quelle due ore di spettacolo. Solo così, ne esci: calma, pelo sullo stomaco e fiducia.

Il teatro non consente stanchezza. Hai un pubblico davanti, e quel pubblico non ha un telecomando. Tu e loro, in un orgia emozionale, e sei tu che dirigi quell'orgia. Non puoi permetterti di non avere l'erezione.

Il teatro non consente timidezza e insicurezza. Devi trasmettere emozioni, e lo puoi fare solo con la voce e con i movimenti. Se ti trattieni, se non scavi dentro di te per sentirla, quell'emozione che devi trasmettere, tutto suonerà falso. Bene che ti vada, regalerai qualcosa alle prime due file, che ti vedono bene. Ma gli altri, quelli seduti laggiù in fondo?

Il teatro non consente egoismo. Hai un pubblico, a loro regali tutto te stesso. Hai dei coprotagonisti, non puoi farli sentire degli esclusi. La scena è una melodia d'insieme, nessuno deve stonare. Se tu stoni, perchè pensi che sia un assolo, rovini tutto.

Il teatro vuole amor proprio. Sei su un palco, davanti a persone che hanno aspettative. Non le puoi tradire perchè non hai carattere.

E' facile capire che presto o tardi, tutte queste cose si spostano dal palco alla vita vera. E questo è accaduto a me, andando su e giù per il palco. Ho imparato molto più di quel che ho dato...

In questi mesi d'autunno, mi sono ritrovato seduto in teatro, qualche volta. La febbre del sabato sera, Lascio alle mie donne, Lei dunque capirà, eppoi Davide Enia, sabato e domenica, con "Antoniuccio si masturba" e "Piccoli gesti inutili che salvano la vita".

Io, Enia, l'ho conosciuto per caso nel 2006. Amici comuni. Ora ogni volta che passa di qua ci si vede e si beve una birra insieme. No, lui il Negroni. Per lui, alcune delle cose che ho detto non valgono. E' un narratore, tra i migliori. Sta da solo sul palco, e racconta storie che portano a ridere e a piangere. Forse anche le chiacchiere fatte con lui, sulla passione che ci mette, su quanto creda nei suoi lavori, hanno riacceso in me questa voglia sopita, amplificandola al punto di desiderare ardentemente di scrivere anche un copione o una narrazione, e di dedicarmi alla regia, oltre che alla recitazione.

Un pensiero mi sfiora, immagini lontane prendono vita...

Eccole che le sento tornare, le sette vocali, a e è i o ò u, che infarciscono il nostro parlare e lo rendono tanto diverso da città a città, perché se dico pésca, intendo il pescare, se dico pèsca, intendo il frutto. (L'ho imparata, alla fine, 'sta cosa che non mi entrava in testa...).
Ecco che sento tornare il ritmo dei dialoghi, lenti e soavi in amore, concitati nelle liti, tremanti nelle paure.
Ecco quel morso nello stomaco, quando cala il silenzio e lentamente il sipario si apre.
Ecco quel brivido per un applauso conquistato.
Ecco il tempo in cui si montano e si smontano le scene.
Ecco il momento in cui si ride di quell'errore o di quella battuta, tutti insieme, davanti ad una pizza. Dopo.

E allora, adesso mi chiedo, perchè rinunciare ad un amore così vero? Buio e Sipario si sono conosciuti, compresi, accettati ed infine amati. Ed hanno ancora voglia di stare insieme...

buio07
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categoria : film, pensieri liberi, io , categorie umane, le cose che non sai di me


lunedì, 17 dicembre 2007,ore 18:13


ciak

 

Quando sei un adolescente, si sa, di sogni ne hai così tanti che ti si aggrovigliano nella testa. Uno, però, a me restava sempre lì, presente come l'albero a Natale: fare l'attore...

In realtà, non sapevo proprio bene come funzionasse. Forse bastava la telecamera, un regista, altri attori; forse serviva qualcosa di più...

Una sera, tranquillamente a zonzo per un locale, incontrai per caso i responsabili di un'agenzia che cercavano volti qualunque per lavoretti di ogni tipo nello spettacolo: comparsate in qualche film, piccole sfilate per aziende locali, qualche pubblicità, qualche servizio fotografico...

Lavoretti, dicevo, piccoli e mal pagati. Sì, perchè per fare la comparsa ti toccava stare lì senza far niente per dieci, dodici ore, fino a che ti chiamavano per essere ripreso a cinquanta metri dalla scena principale, mentre cammini per strada o chiacchieri con qualcuno o qualsiasi altra cosa, purchè tu riempia il panorama. I soldi? Un'inezia... ma quando sei un ragazzino anche un'inezia fa la differenza.

Quel giorno mi avevano chiamato per una presenza in un film che aveva tra i protagonisti Franco Nero. Me lo ricordo, lui, quando, mentre i mille tecnici cinematografici preparavano la scena, le luci, le posizioni, dormiva beato su un divanetto. Noi tesi come corde di violino e lui lì, in un sonno leggero e quieto...

La scena era più o meno questa: sala riunioni, cattedra in fondo, due blocchi di sedie che lasciavano un corridoio nel mezzo, riempite di volti anonimi tranne uno, la protagonista, che tra l'altro era seduta davanti a me (quindi in camera mi si vedeva proprio bene)...

...e si doveva svolgere circa così:

Nero finisce la conferenza, saluta, tutti si alzano e se ne vanno tranne la protagonista che lo intercetta e si mette a chiedergli del più e del meno...

Come andò? Circa così...

Ciak, azione...

Nero tiene la sua conferenza, finisce, si incammina per il corridoio tra le sedie, viene fermato dalla ragazza. Nel frattempo le comparse raccolgono tutto e iniziano a defluire... uscendo tutte ai lati della sala, anche quelle che, come me, erano sedute dalla parte del corridoio centrale. Non era proprio naturale, 'sta cosa, ed io, che avevo sempre sentito parlare della naturalezza cinematografica, uscii sul corridoio centrale. Peccato che... fossi stato l'unico, e tra me e la telecamera il passo fosse chiuso da Nero e dalla ragazza.

Voi non potete capire quanto possa essere imbarazzante trovarsi nel campo della telecamera che sta riprendendo i due protagonisti, bloccato da loro due che dialogano come da copione, con un bisogno enorme di attraversarli senza disturbare e sparire dalla memoria degli spettatori...

I secondi sono pochi, per pensare. Uno di troppo ed il regista sarebbe stato costretto a chiamare: "Stop!".

Stop! Davanti a decine di persone e attori costretti a rigirare la scena per colpa mia!!!

Timidamente, continuai verso l'uscita e davanti a loro, fermo ed esitante, esalai un lieve fiato: "permesso..."

Quando fui in salvo, tirai un sospiro di sollievo non da poco. Rivedendo il film, scoprii di essere stato doppiato. Per forza...

Ma rivedendo il film, pensai anche una cosa: che senso aveva essere ad un passo dal corridoio centrale e scorrere tutte le sedie per uscire dalla parte laterale? Alla fine, forse quel gesto rese quella scena meno surreale. Alla fine, dopo quel gesto, iniziai i miei corsi di recitazione e mi ritrovai a calcare per molti anni i palchi teatrali della mia città e di quelle limitrofe, godendo non della notorietà che non avevo, ma del piacere dello stare insieme nella Compagnia, delle lunghe ore di prova, di quei secondi d'ansia che precedono l'aprirsi del sipario, del panico nel tuo compagno che non si ricorda le battute e devi aiutarlo senza farlo capire a chi guarda, del brivido che corre lungo la schiena quando ti rendi conto che hai dato il massimo ed il pubblico ha apprezzato...

E dopo un addio alle scene un po' affrettato lo scorso anno, forse questa settimana deciderò di tornare a calcarli, perchè in fondo mi mancano, quei momenti magici. A me, che quella volta fui anche "attore protagonista"...

Ah, piesse: il film era un film tv, andato in onda su Italia 1. Il titolo era "Azzurro Profondo", del 1992. Chissà se si trova in giro... ;P

buio07
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categoria : le cose che non sai di me


mercoledì, 12 dicembre 2007,ore 15:30


La seconda di otto storie che hanno me come protagonista...

Uomo-pesce

Il pesce che volle farsi uomo

A 13 anni ti porti dentro un sacco di sogni e di passioni. Oggi, forse, la passione di un 13enne si chiama Playstation o Xbox o Nintendo, ma quando 13 anni li avevo io, i computer praticamente non esistevano, e allora purtroppo dovevi passare un sacco di tempo in giro con gli amici, a far lunghe pedalate o giochi nei parchi, senza guinzagli che ti impedissero di allontanarti da casa più di cento metri. Triste, lo so. Mica come adesso, che puoi vivere il mondo virtuale di elfi e fate. Allora, gli elfi e le fate li dovevi creare con la fantasia, e immaginare storie dove tu e i tuoi amici eravate gli eroi che salvavano la principessa, con spade di legno al posto di megaultrasuper fucile al plasma.

A 13 anni io una passione vera l'avevo: amavo pescare. In realtà, ero la felicità dei pesci, perchè allora ne prendevo raramente. Sarà per quello, che successe che un pesce decise di farsi uomo: forse voleva dirmelo...

Il laghetto distava poco da casa mia. E' ancora là, una piccola vecchia cava, incastonata in un parco appena sotto la vecchia fiera di Rimini, ricca di leggende come il lago di Loch Ness. Certo, non così eclatanti, ma sicuramente suggestive: il pesce siluro di cinque metri che qualcuno affermava di aver visto; la carpa gigante; il luccio famelico che avrebbe cancellato da solo ogni forma di vita acquatica; i persici trota più furbi delle volpi; i cavedani più furbi dei persici trota. Eppoi i bambini morti, tanto tempo prima, intrappolati nel fango del fondo dopo essersi tuffati...
Storie, si sa... ma non quel che accadde a me quel giorno di primavera...

Io, quel giorno di primavera, avevo preparato le mia canne da pesca per una missione impossibile: catturare delle carpe pescando a fondo. Pescare a fondo significa non usare il galleggiante, ma solo un peso di piombo di venti- trenta grammi e l'amo, ed è il modo migliore per insidiarle, perchè loro, le carpe, pascolano sui fondali, ingoiando tutto quello che trovano di commestibile.

Jeans, giacchetto leggero, canne sulle spalle, come Sampei arrivai al lago ballonzolante, allegro come sempre, felice di trascorrere qualche ora all'aria aperta in attesa della cattura da fotografia, della preda perfetta, la Gigante narrata da altri pescatori, che ne avevano visto la schiena enorme emergere dai fondali assassini della Cava.

Annusai l'aria, profumata dalla natura che stava tornando a vivere, a colorare prati, cespugli e alberi, poi scesi il breve sentiero che portava al luogo prescelto, un largo spiazzo proprio dove il lago si divide, dove il fondale decresce e piccole isole si mostrano al cielo. Lì avrei catturato la Gigante...

Avevo appena finito di piazzare le tre canne, quando qualcosa mi distrasse, un rumore che proveniva dalla mia destra. Mi girai a guardare il fitto canneto, aspettando di veder comparire l'immancabile topo attirato dal profumo delle esche, ma quando l'ospite sposto le ultime piante che ci separavano vidi...

...un uomo. Un uomo di una trentina di anni, completamente nudo e in piena eccitazione...

"Scusa, pensavo non ci fosse nessuno..."

"No, niente..." risposi, mentre velocemente recuperavo la lenza e chiudevo le mie canne da pesca...
Pochi minuti mi erano bastati per riprendere la via di casa, leggermente sconvolto per l'insolito incontro...

Allora pensai che fosse un maniaco, un pervertito, ma oggi la mia convinzione è diversa: quello era la Gigante, il patriarca delle carpe del lago, che si era fatto uomo perchè voleva spaventarmi. Perchè mi temeva, perchè temeva che quel giorno l'avrei catturato. Quel che non sapeva è che lo avrei ributtato in acqua...

L'ultimo ricordo che ho di quell'evento sono le parole di mio padre quando gli raccontai l'accaduto:

"Davvero? Era tutto nudo?" disse sorridendo.
...
"Invece di scappare, secondo me dovevi andare a vedere tra le canne. Forse c'era anche la donna..."

Mio padre è impagabile...

buio07
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lunedì, 10 dicembre 2007,ore 17:23


Qualche tempo fa, l'amica Always mi nominò come uno dei cinque fortunati destinati a raccontare 8 episodi della propria vita. Ci ho pensato un po', a 'sta cosa. Non credo di avere 8 buoni motivi per scrivere qualcosa di me. In fondo, sono un notturno, ma non fuori dall'ordinario. Non rapino banche, non ricatto Vips, non corrompo giudici, non partecipo a shows famosi... non ho nulla, insomma, per attirare l'attenzione delle masse. E magari per sperare di entrare in politica...

Però, otto storie semplici semplici le ho, anzi, addirittura qualcuna di più. E allora, cara Always, ecco la prima, la più semplice, di otto risposte...

scavi

Il giorno in cui distruggemmo la casa degli uomini preistorici...

"Non correre, ma vedi di andare a passo spedito, che se ci prendono..."

Il Trentino, d'estate, è emozionante. Ci andavo ogni anno, con mia madre e mio padre, che d'improvviso avevano deciso di sostituire le vacanze sulla neve con le lunghe passeggiate tra le cime delle Dolomiti. Peccato, perché io, a sciare, stavo diventando bravino. Avevo pure smesso di fare le curve "a spazzaneve", ma cosa vuoi, quando sei un bambino devi accettare di buon grado le scelte degli adulti, giuste o sbagliate che siano.
Quell'anno ero un quattordicenne nel pieno dell'età dello sviluppo, lungo lungo e secco secco. Timido come una marmotta, poco sicuro di me, poco loquace, alla ricerca di un equilibrio continuamente messo a rischio dalle cariche ormonali. Incerto sul futuro, come ogni bambino un po' cresciuto (sì, lo so che adesso a quattordici anni si diventa già padri e si sniffa cocaina, ma allora era un'altra storia...): sarei diventato un supereroe o un divo del cinema? Queste, probabilmente, erano le domande che più di frequente si rincorrevano nella mia mente immatura...
In Trentino ci si andava con gli amici di famiglia, e anche loro avevano dei figli della mia età. Eppoi c'era il figlio dei proprietari della pensione, a Ziano di Fiemme, che spesso si univa a noi nelle innumerevoli escursioni che mio padre, in forma come un portatore africano, ci spingeva a fare nelle vaste e desolate cime di granito rosa. "Qua ci è passato Coppi, lo sapevate?" ci diceva. Perchè Coppi era stato il mito della sua gioventù e lui sapeva tutto delle sue sfide con Bartali.

Quella volta, la lunga marcia ci aveva condotto sulle rive di un lago alpino di cui non ricordo il nome. La giornata era soleggiata, baciata dal caldo mite di agosto a duemila metri di altitudine. Decine e decine di turisti affollavano quel luogo, provenienti da mezza Europa, Germania e Austria soprattutto.

Quasi senza accorgercene, ci trovammo assiepati intorno a due uomini intenti a pulire pietre nell'acqua, un po' come facevano i cercatori d'oro nei fiumi americani negli anni della conquista dell'Ovest. Si notava che erano fuori contesto: la Baita, il lago, i turisti, i cercatori di funghi, i raccoglitori di mirtilli... Che ci facevano, i cercatori d'oro, in quel posto?
"Abbiamo trovato un sito preistorico... vedete questa pietra? E' selce lavorata. Sono i primi attrezzi rudimentali della civiltà umana..."

Non so cosa accadde dopo, ma ancora oggi conservo quel ricordo con tristezza. Ricordo gli occhi di quell'archeologo, le sue mani tra i capelli, una disperazione che lasciava trapelare con dignità. Il volto di un uomo che, tornando alla sua scoperta, la trovò completamente distrutta da quattro ragazzini stupidi che pensavano di rendersi utili cercando anche loro la selce degli uomini preistorici. Un accampamento vecchio di millenni raso al suolo per gioco.

Il cuore che batte forte, quando ti rendi conto di aver distrutto non tanto un buco in terra, ma i sogni di due uomini, quei due archeologi che con tanta minuzia spulciavano nella terra bagnata alla ricerca di un pezzettino di pietra lavorata, alla ricerca del nostro passato, per ascoltare un'ultima volta il racconto dei nostri avi.

Il cuore che batte forte quando, in "fuga" dopo il danno, vedi da lontano la lunga fila di turisti che seguono il secondo archeologo infuriato che arriva veloce dal lago.

Vorrei averli davanti ora, solo un attimo. Solo per chiedergli scusa...

buio07
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