
Le macchine vanno troppo veloci, a Ginevra.
Stiamo cercando di organizzarci. Siamo usciti dall'Italia, siamo in territorio ostile.
Sono le 9 del mattino. Una levataccia, vista col senno di poi. Il mio senno di poi, visto l'ora cui mi alzo di solito.
Cerchiamo una cartina. Dopo qualche tempo, troviamo un giornalaio che ce la vende a 3.000 lire. Non che sia un prezzo alto, ma per far pari, squattrinati come siamo, Lucio (12.maggio: auguri, bello!!!!), alias Spork, preleva una Gazzetta dello Sport senza passare dal via. E neppure in prigione, come sarebbe stato più giusto.
Sono le 9.13 quando ci avviciniamo al Palazzo dell'ONU. La struttura si erge nel cielo, forte dei suoi vetri a specchio che si stagliano tra le nuvole. Ci resta indifferente. Agli occhi di un diciottenne, un palazzo resta sempre un palazzo, alto o bello che sia.
Ce ne andiamo velocemente, attratti da necessità più reali di una speculazione edilizia che forse avrebbe ben più da raccontare. Abbiamo bisogno di un supermercato. Ci infiliamo nel primo posto che troviamo e investiamo 16 franchi svizzeri, al valore di 880 lire l'uno, 0.4 euro attuali. Nella spesa, ci son 3 cioccolate senza scontrino. Mi piacerebbe, a questo punto, raccontare della gentilezza del proprietario, ma sarebbe ipocrita negare che in realtà ce le siamo infilate in tasca senza confessare.
Sono le 11. Alla guida del Camper/Enterprise c'è l'amico della birra. Il suo stile di guida, scusate il paragone, è più simile al traffico catanese, o milanese, o napoletano se preferite, stile italiano di poco rispetto delle norme del codice della strada, in sintesi. D'altra parte, Ginevra non è Rimini, l'adattamento è una conseguenza.
Decidiamo di fare una sosta e di fermarci nella Cattedrale. Qui non si intende mescolare sacro e profano, la nostra è una visita istruttiva, nulla di più.
Immaginateci: siamo un gruppo di ragazzini alle prese con un viaggio, il primo viaggio della nostra vita. Il primo viaggio vero della nostra vita: nessun genitore o parente, nessuna meta conosciuta. Tutto quello che sappiamo è che dobbiamo arrivare in Danimarca. Nessuna mappa stampata dalla guida Michelin, o da Virgilio Mappe, o da Google Map. Nessun navigatore satellitare dalla voce gentile. Possiamo solo acquistare, o espropriare proletariamente, delle cartine stampate, giuro che è vero, su carta!
Come diverrà tradizione, lungo queste miglia percorse ingenuamente, privi di denaro, rubammo le cartoline nella cattedrale. Sono certo, Dio non ce ne vorrà. E' sempre stato dalla parte dei poveri, lui, checchè ne dica l'uomo in bianco seduto su un trono che non gli spetta.
A Ginevra, lo ammetto, abbiamo dato il peggio di noi, o quasi. Abbiamo scaricato le acque nere in una fogna in centro, per poi girovagare per le strade con gocce ricche di streptococchi che abbandonavano la Nave come topi in balia di un uragano.
"Forza Italia!" gridò Lucio, che, permettetemi, potrebbe senza ombra di dubbio chiedere i diritti d'autore per quel che poco tempo dopo sarebbe successo nel nostro paese natio.
In realtà, ad onor del vero, le perdite non provenivano dalla fossa biologica, ma dalle condutture delle acque bianche. Questo non ci esonera, ma almeno ci giustifica quel tanto che basta per non essere giudicati troppo gravemente.
Sono le 14.29, se quel diario che ho ritrovato in un baule stanco e polveroso non mente, quando i led che segnano il livello dell'acqua diventarono rossi, di un rosso tramonto. Prima che la carenza di liquidi ci metta in crisi come accade abitualmente in Africa, decidiamo di usare il residuo per cucinare. Non sarebbe facile, in Svizzera, trovare un ristorante a buon prezzo che cucini penne al pomodoro e salame, con tonno e fagioli a far di secondo. Siamo là, lontani da casa. Cinque diciannovenni che armeggiano da disperati sui fornelli di un camper parcheggiato alla meglio lungo una strada qualunque, senza alcuna esperienza che possa rassicurarli su quel che verrà fuori, a mescolare ingredienti a caso.
Eppure, lasciate che ve lo dica, quel cibo frugale, semplice e dall'odore semplice, è quanto di più meraviglioso possa esistere. E' il profumo dell'ingenuo viaggio intrapreso senza meta, di cinque Ulisse persi in un'Odissea destinati all'incontro con Circe, o Polifemo il ciclope. Coraggiosi nella nostra ingenuità di ragazzi, in viaggio verso l'ignoto. Un ignoto di asfalto, certamente, con Sirene a cui chiedere indicazioni. Ma pur sempre ignoto, ingenuamente.
Son le 14.44 quando alla bene e meglio attacchiamo una fontana pubblica ad una cannella di gomma per riempire i serbatoi. La gente passa, ci guarda con disgusto, ma non possiamo non sorridere dell'avventura che stiamo vivendo. Non ci importa, dei giudizi. Ci importa di noi. E del fatto che useremo quell'acqua per lavare i piatti sporchi di pomodoro e salame e tonno e fagioli.
Sono quasi le sei di sera quando decidiamo di partire alla volta di Parigi. Ginevra sarà pure bella, ma è priva del fascino televisivo della capitale francese.
In questo tratto, Roby si mette alla guida, affiancato da Lollo, l'amico della birra che tanto mi è caro. E' una guida spastica, sconclusionata. Ci perdiamo e ci riperdiamo tra le vie insulse della città svizzera. Di essa mi resta il colore intenso delle luci. Mi restano le immagini di Lucio e Lollo che si vestono in ciabatte per andare sotto il getto d'acqua sul Lago. Mi resta uno di noi che attraversa la via principale, superando Ferrari, e Porsche, e donne con la scollatura che meriterebbe una censura, tutti intenti a trovar posto per entrare al Casinò, la sala giochi per adulti, armato di una bottiglia d'acqua vuota di plastica da riempire nella fontanella appena più in là. E poi i piedini del camper. Già, i piedini del camper, solo perchè in quel buio monolocale a 5 posti eravam stanchi da morire, ma non riuscivamo a dormire perchè dondolava... Le mie prime notti insonni... Le nostre prime notti insonni...
Passiamo davanti al Cern. Dovevamo venirci in gita, in quinta liceo. Non lo facemmo, e non ricordo più il perchè. Non importa. Rubbia non smise di far ricerche per la nostra assenza. Pensiero logico, quello che sale davanti ad un mondo così fantascientifico: perchè Lucio sta scrivendo il suo nome sulla cioccolata che neppure ha pagato? Perchè convivere è bello, ma è pure una questione di sopravvivenza. Non scordatevi queste parole: convivere è anche una questione di sopravvivenza.
Superiamo la frontiera. C'era ancora la frontiera, non smetterò mai di ricordarlo, che c'erano frontiere da superare, in Europa.
Sono le 18.40 quando lungo le Strade di Francia, come dirà Silvestri molti anni dopo, recuperiamo un'autostoppista francese. Era giovane, una ragazza giovane, non lo dimeticherò mai. Ho dimenticato invece se era bella o no. Rileggo questo diario, ma non vi trovo nessun indizio. Nessun indizio neppure sul perchè sia salita su un monolocale su ruote popolato da una stirpe tribale di 5 uomini quasi adulti e maschi, quando oggi la diffidenza tra uomini è Regina.
Sono le 20.45 quando si manifestano i primi problemi. Mangiamo carne in scatola e fagioli. Forse il mistero del cucinare ci ha già stancato, non saprei dire. Poco dopo, si tappa il lavandino. Siamo nei pressi di un cantiere edile, dal quale recuperiamo un pezzo di tubo che usiamo per sturarlo. Come? Vi prego, non chiedetemelo, non saprei rispondervi.
Nel viaggio verso Parigi, mentre la notte ci avvolge tra i suoi colori cupi, Andy (Orbov) si dedica alla riparazione di un finestrino che ha dei cedimenti strutturali. Questo sarà un leit motiv. L'aver della colla e del nastro adesivo è stato sicuramente elemento essenziale di sopravvivenza. Il motivo lo saprete più avanti.
Siamo in dirittura d'arrivo. Parigi non dovrebbe esser lontana.
Sono le 23.35 quando Lollo si soffia il naso nel foulard di Lucio, il quale si "scaccola" (perdonate il termine desueto) pulendosi alla sua gamba. Ne nasce un diverbio, terminato da rispettivi, e rispettosi, sputi in faccia. Cosa dire, la convivenza è un fatto territoriale, specie per individui dello stesso sesso. Nel frattempo, il mezzo, la nostra Enterprise, continua a cadere a pezzi, risistemata con colla e nastro adesivo.
...
Son le 2.30 quando usciamo dall'autostrada. Percorriamo una via di campagna che ricorda molto i racconti di Stephen King. Una sottile foschia spettrale che si ferma al livello della cabina oscura la visibilità. Nelle nostre giovani menti affiorano racconti gotici di esseri umani squartati e seppelliti alla rinfusa, o bambini urlanti fatti a pezzi e buttati in fosse comuni.
Nulla è reale, e lo sappiamo. Sono solo le 2.30 del mattino, del secondo giorno di viaggio. Siamo in una via deserta, perduta in campagne desolate, ed una strana nebbia, che a Rimini non c'è mai stata, avvolge il nostro mezzo.
Tutto sfuma quando arriviamo a Fontainebeau. Sono le 3.30 del mattino. Tiriamo giù i piedini del camper. Non vogliamo che dondoli, ora che lo sappiamo. Vogliamo solo dormire. E' tardi, domani la sveglia è puntata presto. Cinque ore di sonno.
Ma cosa sono cinque ore di sonno, se sei con i tuoi migliori amici e stai realizzando un sogno?
[Continua: l'arrivo a Parigi, la Tour Eiffel, il Pigalle, i grandi viali. La mancanza di casa. Le foto..]
